TFM vs TFR: quali differenze

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Scritto da Antonio Pirro

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Il Trattamento di fine mandato (TFM) è considerato dalla normativa civilistica e fiscale un “pezzo” della retribuzione dell’amministratore, un compenso differito equiparabile come concetto, ed idea di inerenza, al TFR (Trattamento di fine rapporto dei dipendenti).

Quindi molte similitudini, a partire dalla deducibilità per competenza.   

Ma quali sono le differenze? 

Diverse e soprattutto rilevanti, alcune di forma, altre di sostanza.   

Per quanto riguarda quelle di forma:  

  • Il TFM è un istituto facoltativo e non obbligatorio come il TFR. La società all’interno del proprio statuto può prevederlo o, in mancanza, deliberarlo con alcune attenzioni connesse con la “data certa”, sulle quali avremo modo di soffermarci in un prossimo articolo; 
  • Il TFR è fissato per legge mentre le norme non forniscono alcuna indicazione per il TFM. Il Trattamento di fine rapporto di un lavoratore dipendente è pari alla retribuzione lorda divisa 13,5.  

In assenza di indicazioni precise, si sono susseguite varie interpretazioni in dottrina e nella prassi; tutte però si sono dovute infrangere su una consolida giurisprudenza che ha, negli anni, escluso il potere di discutere la congruità circa l’importo del TFM.

Varie sentenze, anche di Cassazione, hanno nel tempo confermato questa interpretazione. Recentemente una sentenza della Commissione Tributaria della Lombardia ha nuovamente sancito il principio: di fatto non ci sono limiti per l’attribuzione della liquidazione dell’amministratore e nessun vincolo è collegato ai compensi. 

Questo significa che è ipotizzabile una presenza di un TFM con un compenso ordinario e anche senza un compenso.  

Per quanto riguarda le differenze di sostanza, ci appaiono altrettanto rilevanti. Nel sistema economico italiano, come noto, la stragrande maggioranza delle imprese sono di medie e piccole dimensioni. La struttura proprietaria è ristretta, la capitalizzazione è mediamente insufficiente, l’amministratore o gli amministratori coincidono di fatto con i soci.

In questo contesto, il Trattamento di fine mandato, rappresenta una formidabile opportunità per ridurre il carico delle imposte, per costruire una liquidazione per l’amministratore/imprenditore, per creare un capitale impignorabile ed insequestrabile (nel caso di utilizzo di una polizza di assicurazione), al riparo dai rischi d’impresa e non solo. 

Cioè il vantaggio di un costo deducibile (senza limiti…) da una parte e la disponibilità, sia pur non immediata, della somma accantonata (se effettivamente accantonata in polizza) dall’altra.   

Perché allora, proprio recentemente, un noto professionista, in occasione della costituzione della società, ha suggerito di indicare nello Statuto un limite al TFM, collegandolo ad una percentuale degli utili? 

E perché ancora solo una minoranza di società utilizza questo strumento in maniera corretta?   

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