Crisi d’impresa: prevenire è meglio che curare

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Scritto da Luisella Robertini

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Il 14 febbraio 2019 è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale l’atteso Codice della Crisi d’impresa e dell’insolvenza (d.lgs. 14/2019). 

È bandita la parola fallimento: si inizia a parlare di crisi archiviando definitivamente l’accezione negativa e cominciando ad utilizzare termini  più soft per identificare le aziende che si trovino ad affrontare problematiche relative a dissesti finanziari ed economici.   

Il Codice ha l’obiettivo di riformare in modo organico la disciplina delle procedure concorsuali introducendo, come novità di assoluto rilievo, l’obbligo testuale per gli imprenditori, siano essi individuali o collettivi, di far emergere

tempestivamente lo stato di difficoltà delle imprese salvaguardandone la

possibile sopravvivenza sul mercato.

La liquidazione della società e la sua uscita del mercato rappresenterà ancora più chiaramente di prima una extrema ratio affidata alla liquidazione giudiziale che prende il posto del vecchio “fallimento“ come espressione linguistica che va definitivamente in pensione.

Tra le novità più importanti c’è quella che prevede, in generale,

l’obbligo per l’imprenditore di attrezzarsi per rilevare tempestivamente la crisi e mettere in atto le misure necessarie a superarla

quello individuale deve adottare criteri idonei a rilevare lo stato di crisi ed assumere senza indugio le iniziative necessarie a farvi fronte; quello collettivo (società) invece deve adottare un assetto organizzativo adeguato ai sensi dell’articolo 2086 del Codice Civile, ai fini della tempestiva rilevazione dello stato di crisi e delle misure per farvi fronte.

In considerazione di ciò merita particolare attenzione l’articolo 375 del Codice che prevede delle modifiche alla rubrica dell’articolo 2086 del Codice Civile

(che da “Direzione e gerarchia nell’impresa” diventa “Gestione dell’impresa”), viene aggiunto un secondo comma che specifica:

“L’imprenditore, che operi in forma societaria o collettiva, ha il dovere di istituire un assetto organizzativo, amministrativo e contabile adeguato alla natura e alle dimensioni dell’impresa, anche in funzione della rilevazione tempestiva della crisi dell’impresa e della perdita della continuità aziendale,

nonché di attivarsi senza indugio per l’adozione e l’attuazione di uno degli strumenti previsti dall’ordinamento per il superamento della crisi

e il recupero della continuità aziendale“.  

Quest’obbligo, in concreto, non può che gravare su chi gestisce l’impresa, cioè su tutti i suoi amministratori, sia che siano più di uno (consiglio di amministrazione), sia che la società abbia un amministratore unico.

Sembrerebbe che l’articolo 2086 del Codice Civile così riformulato ridisegni

completamente il ruolo dell’imprenditore, affrancando l’organizzazione

dell’impresa da connotazioni gerarchiche e padronali e prestando particolare attenzione al grande flusso di informazioni provenienti dai diversi livelli

organizzativi. Dare il giusto significato a questo insieme di dati permette una crescita dell’impresa e soprattutto un contenimento della crisi.

Siamo quindi di fronte ad una dilazione dell’obbligo di adottare assetti organizzativi, amministrativi e contabili adeguati e del principio di esclusività della gestione in capo agli amministratori.  

Emerge con chiarezza la nuova veste che l’imprenditore dovrà assumere:

non solo guida dell’impresa, ma facilitatore all’interno di un sistema talmente efficiente da rilevare da sè eventuali problemi.

Le sanzioni per chi vìola il principio di adeguatezza dell’assetto organizzativo, amministrativo e contabile di qualsiasi tipo di società (di persone, di capitali, cooperative e consortili) consistono nella sussistenza o nell’aggravamento delle responsabilità civili e penali degli amministratori e dei componenti degli organi di controllo che non hanno ottemperato ad essa, previste dalle norme del Codice della Crisi d’impresa e nella impossibilità o nella limitazione della possibilità per la società di utilizzare quelle procedure concorsuali con cui vi è maggiore possibilità di garantire la continuità aziendale.

Per fare chiarezza e per ribadire il principio  di adeguatezza organizzativa della società, l’articolo 377 del Codice della Crisi d’impresa introduce delle modifiche in questo senso: estende gli obblighi previsti dal nuovo articolo 2086 comma due

del Codice Civile alle varie tipologie di società.  Vengono quindi modificati l’articolo 2257 del Codice Civile nell’ambito della disciplina della società semplice; l’articolo 2380 bis del Codice Civile nell’ambito della società per azioni, l’articolo 2409-novies del Codice Civile nell’ambito della società per azioni, l’articolo 2475 del Codice Civile nell’ambito della società a responsabilità limitata. 

I due articoli del Codice della Crisi d’impresa e dell’insolvenza devono essere letti e interpretati assieme per capire il significato che il Legislatore ha voluto dare nei testi normativi dato che è proprio l’articolo 377 a circoscrivere l’operatività dell’impresa intorno ai requisiti indicati nell’articolo 375 e, precisando che la gestione della società è affidata agli amministratori o ai membri del consiglio di gestione salvo le delega di funzioni e poteri, la creazione di organi specifici,  eccetera.  Pertanto il nuovo comma dell’articolo 2086 del Codice Civile rivestirà grande importanza in tutte quelle procedure giudiziarie in cui un elemento determinante è costituito dalla ricerca e dalla analisi della posizione organizzativa assunta dalle parti contendenti, nonché dalle immediate ripercussioni nella formazione e modifica degli atti costitutivi o degli statuti delle società e degli atti di organizzazione interna.

Per concludere, si evidenzia dalle nuove norme che la situazione di crisi deve essere rilevata all’interno dell’impresa da parte dell’imprenditore individuale o, nelle società e negli enti, da parte dell’organo amministrativo o degli organi di controllo, ed essi devono mettere in atto tutte le procedure per far in modo di evitare la crisi.  

In questo contesto un ruolo fondamentale deve essere svolto dall’analisi dei rischi di un’impresa e  dagli “indicatori della crisi”, ossia squilibri di carattere reddituale-patrimoniale-finanziario rapportati alle specifiche caratteristiche dell’impresa, dell’attività imprenditoriale svolta dal debitore, che diano evidenza dell’incapacità dell’impresa di assicurare la sostenibilità dei debiti e le prospettive di continuità aziendale per l’esercizio in corso. 

Fondamentale rimane quindi lo step dell’analisi del bilancio delle imprese, procedura imprescindibile attraverso cui interpretare i dati delle operazioni in chiave finanziaria, patrimoniale ed economica.  

Questo significa che l’analisi  di bilancio permette sia di individuare  i fattori che determinano i guadagni e le risorse attraverso cui l’azienda ripaga i debiti e il grado di indebitamento, sia, quindi, di evitare, eventualmente, la crisi. 

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